
24) Leopardi. Il primo amore .
Leopardi, quasi ventenne, e vive il suo primo amore (vedi anche la
lettura 25). La poesia che scrive all'interno di quella esperienza
 cronologicamente la prima della raccolta dei Canti, ma nella
sistemazione definitiva occuper il X posto, dopo L'ultimo canto
di Saffo, scritta nel l822, e prima del Passero solitario, scritta
nel l829. Questa collocazione sottolinea come Leopardi riconosca
in essa la presenza di elementi del suo pensiero maturo. A una
prima lettura emergono le trepidazioni e delle ansie
dell'innamorato: il tremore delle ginocchia e il non riuscire a
prender sonno la notte, il digiuno e l'incapacit di concentrarsi
sul lavoro; addirittura la preoccupazione che il suo sentimento
non sia frainteso dal lettore (... io giuro / che voglia non
m'entr bassa nel petto, / ch'arsi di foco intaminato e puro).
Altre volte Leopardi parla di amori giovanili (A Silvia, Il
sogno), ma si tratta di amore che prende corpo soltanto nel
ricordo (o nel sogno, appunto), dopo la morte dell'amata, alla
quale egli si rivolge. Qui l'esperienza  contestuale alla
scrittura: il sommovimento del cuore  in piena attivit, l'amata
 ancora sotto lo stesso tetto o lo ha abbandonato da poco, eppure
Leopardi non si rivolge a lei: egli dialoga con il proprio cuore,
cio con se stesso. Leopardi ventenne sperimenta la dimensione
filosofica della poesia: questi versi costituiscono una analisi
dell'amore e del proprio s attraverso una riflessione razionale,
che per non cancella, ma anzi esalta, la passione d'amore.
L'amore non  detto all'amata, perch non potrebbe mai esserle
detto nei termini contraddittori in cui  vissuto: verso la
persona amata l'amore  assoluto, totale, incondizionato,  il
naufragio nell'infinito; nel cuore di chi ama l'amore 
inquietudine, felicit, miseria (... inquieto e felice e
miserando).
E proprio l'esame introspettivo, nel momento in cui l'amore 
fuoco acceso e vivo, porta Leopardi a conclusioni che resteranno
costanti nella sua riflessione filosofica e nella sua produzione
poetica: la condanna alla solitudine, unica dimensione in cui
l'illusione pu prendere corpo e l'infinito pu essere raggiunto.
Da solo nella propria camera - o sull'ermo colle - il poeta fa
vivere l'oggetto del suo desiderio: Oh come viva in mezzo alle
tenebre / sorgea la dolce imago ...). Qui alberga il pessimismo
profondo di Leopardi: l'illusione e il sogno che salvano dal Nulla
non consentono di comunicare con gli altri, che sono visti sempre
inseriti nel mondo reale, inconsapevolmente illusi o
consapevolmente tristi. La consapevolezza dell'illusione non
ammette altro che la vita solitaria: Solo il mio cor piaceami,
e col mio core / in perenne ragionar sepolto, / alla guardia seder
del mio dolore.
G. Leopardi, Il primo amore (l9l8) (vedi manuale pagina l49).
1   Tornami a mente il d che la battaglia.
2   d'amor sentii la prima volta, e dissi:
3   oim, se quest' amor, com'ei travaglia!.

4   Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,.
5   io mirava colei ch'a questo core.
6   primiera il varco ed innocente aprissi.
    .
7   Ahi come mal mi governasti, amore!.
8   Perch seco dovea s dolce affetto.
9   recar tanto desio, tanto dolore?.

10  e non sereno, e non intero e schietto,.
11  anzi pien di travaglio e di lamento.
12  al cor mi discendea tanto diletto?.

13  Dimmi, tenero core, or che spavento,.
14  che angoscia era la tua fra quel pensiero.
15  presso al qual t'era noia ogni contento?.

16  Quel pensier che nel d, che lusinghiero.
17  ti si offeriva nella notte, quando.
18  tutto queto parea nell'emisfero:
    .
19  tu inquieto, e felice e miserando,.
20  m'affaticavi in su le piume il fianco,.
21  ad ogni or fortemente palpitando.
    .
22  E dove io tristo ed affannato e stanco.
23  gli occhi al sonno chiudea, come per febre.
24  rotto e deliro il sonno venia manco.
    .
25  Oh come viva in mezzo alle tenebre.
26  sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi.
27  la contemplavan sotto alle palpebre!.

28  Oh come soavissimi diffusi.
29  moti per l'ossa mi serpeano, oh come.
30  mille nell'alma instabili, confusi.

31  pensieri si volgean! qual tra le chiome.
32  d'antica selva zefiro scorrendo,.
33  un lungo, incerto mormorar ne prome.
    .
34  E mentre io taccio, e mentre io non contendo,.
35  che dicevi, o mio cor, che si partia.
36  quella per che penando ivi e battendo?.

37  Il cuocer non pi tosto io mi sentia.
38  della vampa d'amor, che il venticello.
39  che l'aleggiava, volossene via.
    .
40  Senza sonno io giacea sul d novello,.
41  e i destrier che dovean farmi deserto,.
42  battean la zampa sotto al patrio ostello.
    .
43  Ed io timido e cheto ed inesperto,.
44  ver lo balcone al buio protendea.
45  l'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,.

46  la voce ad ascoltar, se ne dovea.
47  di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
48  la voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.
    .
49  Quante volte plebea voce percosse.
50  il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,.
51  e il core in forse a palpitar si mosse!.

52  E poi che finalmente mi discese.
53  la cara voce al core, e de' cavai.
54  e delle rote il romorio s'intese;
    .
55  orbo rimaso allor, mi rannicchiai.
56  palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,.
57  strinsi il cor con la mano, e sospirai.
    .
58  Poscia traendo i tremuli ginocchi.
59  stupidamente per la muta stanza,.
60  ch'altro sar, dicea, che il cor mi tocchi?.

61  Amarissima allor la ricordanza.
62  locommisi nel petto, e mi serrava.
63  ad ogni voce il core, a ogni sembianza.
    .
64  E lunga doglia il sen mi ricercava,.
65  com' quando a distesa Olimpo piove.
66  malinconicamente e i campi lava.
    .
67  Ned io ti conoscea, garzon di nove.
68  e nove Soli, in questo a pianger nato.
69  quando facevi, amor, le prime prove.
    .
70  Quando in ispregio ogni piacer, n grato.
71  m'era degli astri il riso, o dell'aurora.
72  queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.
    .
73  Anche di gloria amor taceami allora.
74  nel petto, cui scaldar tanto solea,.
75  che di beltade amor vi fea dimora.
    .
76  N gli occhi ai noti studi io rivolgea,.
77  e quelli m'apparian vani per cui.
78  vano ogni altro desir creduto avea.
    .
79  Deh come mai da me s vario fui,.
80  e tanto amor mi tolse un altro amore?.
81  Deh quanto, in verit, vani siam nui!.

82  Solo il mio cor piaceami, e col mio core.
83  in un perenne ragionar sepolto,.
84  alla guardia seder del mio dolore.
    .
85  E l'occhio a terra chino o in se raccolto,.
86  di riscontrarsi fuggitivo e vago.
87  n in leggiadro soffria n in turpe volto:
    .
88  che la illibata, la candida imago.
89  turbare egli temea pinta nel seno,.
90  come all'aure si turba onda di lago.
    .
91  E quel di non aver goduto appieno.
92  pentimento, che l'anima ci grava,.
93  e il piacer che pass cangia in veleno,.

94  per li fuggiti d mi stimolava.
95  tuttora il sen: che la vergogna il duro.
96  suo morso in questo cor gi non oprava.
    .
97  Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro.
98  che voglia non m'entr bassa nel petto,.
99  ch'arsi di foco intaminato e puro.
    .
100 Vive quel foco ancor, vive l'affetto,.
101 spira nel pensier mio la bella imago,.
102 da cui, se non celeste, altro diletto.

103 giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.
 (G. Leopardi, Canti, Newton Compton, Roma, l996, pagine 74-79).
